Gli uomini ammaestrati gli incutevano paura come all’Orwell di ”1984”
“L’inquietudine e l’ideale. Studi su Michelstaedter” (Edizioni Ets) si intitola il volume curato dallo studioso goriziano Fabrizio Meroi, con il saggio di apertura di Giorgio Brianese, e con apporti di Fabrizio Cambi, Alessandro Arbo, Federico Premi, Marco Grusovin, Massimo Giuliani, Simonetta Bassi, Silvano Zucal, Francesco Ghia e dello stesso Meroi. Viene presentato oggi alle 17.30 alla Leg Gorizia. L’incontro, come la mostra ”Far di se stesso fiamma”, rientra nel cartellone “Michelstaedter 1910 – 2010”.
In una pagina che si trova nel capitolo conclusivo della seconda parte de ”La persuasione e la rettorica”, il suo capolavoro filosofico e letterario, Carlo Michelstaedter spiega che, quando ciascuno di noi sarà «socialmente ammaestrato», in modo tale che tutti i nostri atti diventino «rettorica in azione», allora «il neikos avrà preso l’apparenza della philia» Quelle di Philia e di Neikos (Amicizia e Contesa, come per lo più si traduce; o anche Amore e Odio), come è noto, sono due delle figure fondamentali che compaiono nel Poema di Empedocle. Philia e Neikos agiscono sulle quattro ”radici” (l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco), rendendo possibile quel movimento che fa sì che queste ultime si aggreghino e si separino, ossia consentendo il prodursi del divenire di «tutte le cose che sono» e di «tutte le cose che furono e saranno».
Come riferisce Aristotele, le cose, secondo Empedocle, «si muovono quando l’Amore dai molti produca l’uno o l’Odio i molti dall’uno; sono in quiete nei tempi intermedi». Empedocle – che Eric Dodds, in un suo celebre lavoro, ha descritto come una sorta di «sciamano greco» – non è soltanto uno dei più significativi rappresentanti del pensiero che sta alle origini della storia della filosofia occidentale, ma anche una delle figure ”persuase” alle quali Michelstaedter ci indirizza nella celebre pagina che fa da «Prefazione» alla sua tesi di laurea: «Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti». Il riferimento a Philia e a Neikos non ha dunque il carattere della casualità o della episodicità, ma può dirci qualcosa di rilevante a proposito tanto dell’esperienza appagante della Persuasione quanto di quella degenerazione dell’esistenza in cui consiste la Rettorica.
Il riferimento di Michelstaedter a Empedocle, in prima battuta, ci dice che ”ammaestrare” gli uomini significa tentare di occultare la forza che disgrega, quella che produce i molti dall’uno, facendo sì che essa indossi la maschera della forza che aggrega, quella che dai molti produce l’uno e che, in questo modo, consente di vedere «vicine le cose lontane»: è la Rettorica che, capovolgendo sé stessa, si maschera da Persuasione. Si tratta di un rovesciamento che raddoppia quella illusorietà che per Michelstaedter sempre si accompagna alla dispersione del molteplice e al conseguente bisogno di relazione tra le determinazioni. Un rovesciamento che un po’ assomiglia ai capovolgimenti semantici che caratterizzano il mondo inquietante descritto da George Orwell in ”1984” (e magari anche il nostro mondo attuale, che mi sembra per molti versi sempre più vicino a quello descritto da Orwell): «La guerra è pace», «la libertà è schiavitù», «l’ignoranza è forza…
Neikos è Philia, appunto: l’uomo «socialmente ammaestrato» viene condotto ad assumere, inconsapevolmente, lo sguardo della contesa (ma vale la pena ricordare che Neikos viene denotato da Empedocle, oltre che come eris, anche come kotos, ossia come risentimento, come odio). In modo inconsapevole, poiché la contesa ha nel frattempo subdolamente indossato la maschera dell’amicizia per riuscire a mettere in atto con maggiore facilità la propria opera ‘diseducatrice’: «L’‘attività educatrice’ è l’unica attività ‘erotica’ che si fa da un uomo all’altro, come unica attività che eleva lo spirito, che prende interesse alla sua salute, che tende a portarlo al punto che colui che la compie possa averne stima, è l’unica forma d’amicizia. Ogni altro contatto fra uomo e uomo è una manifestazione d’inimicizia, e di questa inimicizia arma è l’oratoria». In questo senso «l’uomo ammaestrato», come scrive Michelstaedter, è «simile all’uomo che sogna», il quale, «poiché non vede le cose lontane come vicine, s’avvicina alle cose lontane per vedere». E, in questo modo, si preclude la possibilità di essere sé stesso e di riconoscere l’altro per quello che è, anziché come oggetto del proprio desiderio e come preda disponibile al suo bisogno.
Testo di GIORGIO BRIANESE, tratto da IL PICCOLO, Venerdì 15 ottobre 2010

