Da quando mi sono accorto del fastidio che serpeggia in Rete nei confronti del Comic Sans ne osservo, senza pedanterie ma con curiosità, le riprese. Oggi, questo articolo ben documentato de ilPost ne ripercorre storia e cronaca. Avverto - qui come in pochi altri casi - l’evidenza della Sindrome che a me pare sia una delle affezioni più diffuse fra la gente brillante, scafata e intelligente che influenza spesso le opinioni della massa: quella detta ” della superiorità degli inferiori “ , detta anche ” della inferiorità dei superiori “. Annoto, solo per memoria a me stesso, che anche nei cosiddetti Grammar Nazies è presente lo stesso veleno.

E qui mi taccio. Ho un appuntamento con Onetti, prima di tutto. E poi non so bene come cavarmela, e spiegare bene questa idea.

Mi sa che ci proverò.

Ha troppo a che fare con la mia ExtraModernità

Noi e la cronaca nera | rassegna | Il Post

Provo la stessa e contradditoria emozione. E penso che , davanti agli sviluppi panici del delitto Scazzi ci vorrebbe un Eschilo, un Euripide o un Sofocle . Leggero’ – come sempre Veronesi – e mi guardero’ bene dal guardare certa tivu’ che continuera’, perpetrandolo, l’orrore senza tragedia, senza capro espiatorio che E’ il suo locus. Ma no: forse un moderno e vero Tragico la sua opera l’ambienterebbe in uno studio televisivo…

Lettera a Filippo Facci

Lettera A Filippo Facci ( nota: il post cui questa Lettera si riferisce e’ questo: http://www.ilpost.it/filippofacci/2010/10/08/belpietro-porro-eccetera/ )

Caro Facci, la deriva cui e’ giunta - ma non smettera’, temo, di scivolare ulteriormente, come una sfera di piombo ( di bit e di onde ) su un piano ( gia’ ) inclinato cui il peso crescente e in accumulazione oggettiva conferisce accellerazione, e violenza crescente, esito e conflagrazione finale - tale attuale deriva non potrebbe oggi venir meglio espressa dalla lettura comparata del suo pezzo su ilPost, commenti inclusi e evidenziati, e l’editoriale di Ostellino, ” Fine della Politica, sul Corriere.

Lo stato delle cose, antropologico e culturale, nel nostro paese e’ sconfortante. E se , come scrive PO, una ripresa di senso e misura, di responsabilità e competenza, di civiltà e comprensione e’ impossibile fra i politici e intellighentia cui e’ necessaria quanto dovuta, figuriamoci fra i troppi che ” si gonfiano di idee altrui ” e disseminano - irresponsabili ma poco meno colpevoli, e altrettanto dannosi - di confusione mascherata da saccenza, commenti ( e voti ! ) che appunto accumulano peso a quello già gravoso rappresentato dalla storia sociale e politica del Paese.

Della Questione Porro/Apisella potrei solo dire , dunque, che e’ un’orma sulla pista tracciata, e che - per motivi individuali: fisiognomici, di linguaggio e comportamento, oltre che basandomi sulla mia visione delle Precedenti Puntate dei Due Giornalisti ” previously on the right wing ” - Belpietro mi da meno, molto meno affidamento di Porro, e che di Woodcock ( se non c’e’ ancora, un nome cosi’ sarebbe adatto a un telefilm, ma serie Shaft’ o twilight zone ) , come il direttore Sofri, non mi fido affatto, salvo prove ( omen ) contrarie.

Ma queste sarebbero solo impressioni, e non opinioni. E per quanto abbia imparato a fidarmi di loro ( con errori di percorso, dai quali ho imparato, e sulla lunga distanza con le impressioni ci prendo più che con le opinioni su fatti di cui non sono esperto ) , beh : un giudizio no, non lo so dare. Resta il fatto che il suo Post mi ha dato elementi apprezzabili per farmi ragionare, e dunque valutare meglio questa faccenda, che come ho scritto gia’, e’ un epifenomeno di un gia’ compromesso stato di cose.

Resto curioso dell’opinione ” che per ora tiene per se’ ” sul mancato/sventato/deviato attentato a Belpietro ( qui siamo nei pressi di James Tont, o di Austin Powers, ne converra’ ) .

La lascio con un rimprovero condizionato e una domanda: la sua reazione verbals-muscolare e’ stata odiosa e inopportuna, non si risponde cosi’ a una provocazione, lei dovrebbe averlo imparato. La domanda e’ per una sua, una vostra ( giornalisti, direttori, cronisti, operatori exitoriali… ) riflessione pubblica sulle vostre responsabilita’ e irresponsabilita’, sul come cercare di superarle, o di evitarle. Dopo tutto, dopo la fine ci sara’ molto da fare, e lavorare gia’ adesso per quell’allora potrebbe almeno aiutare a non disperare. O almeno a far passare meglio il tempo che - come si sa - tiene le sue nuttate…

Cordiali saluti,

Valerio Fiandra.

La vera fine dei libri | Cultura | Il Post

Molto bene: e’ quasi tutto giusto. E - non ‘ma’, ‘e’ - va dunque riconsiderato ( se siano le stelle o noi ad aver un’altra posizione o un altro punto di vista conta poco, bisogna pero’ ri-con-siderare ) l’effetto che questa nuova pratica ha e avrà . Se ci si concentra meno e più velocemente, cosa resta ? Se la molteplicità delle fonti, la loro fluidità quasi inafferrabile, la complicata, quasi inafferrabile loro prensione - se questi ed altri effetti primari e collaterali del web e della scrittura/lettura possono ( e potranno ) dar conto del presente e della ( apparente ? ) democratizzazione , cosa resta di fattori che sono stati a lungo - molto a lungo - determinanti per l’evoluzione culturale? Dico la gerarchia , l’autorevolezza, il confronto, l’approfondimento… Se ne può far a meno senza costi alti ( eufemismo sarcastico ) per la società ? O il processo in corso, in accellerazione, e’ appunto quello che io chiamo “ExtraModernita’”, un luogo/spazio dove si e già fuori dal Moderno e dal PostModerno, ma dove si e’ anche oltre ? Segnali di regressione a comportamenti tribali e superstiziosi sono evidenti , in politica/sociologia/religione ( ecco perche’ , secondo me, ‘extramoderno’ non vuol dire ‘più moderno’ ma ‘meno moderno’ ( quasi direi ‘premoderno’ ). Nell’ ‘oltre’ io vedo si’ il superamento progressivo e sperimentale che e’ insito in ogni processo ( evolutivo per definizione ), ma mi pare che la diffusione reale delle possibilita’ ( economiche e culturali ) delle masse che sono soggette alla trasformazione in corso siano modeste, confuse, e - soprattuto, quandanche sono adeguate o ecceIonali - profondamente elitarie. Con le conseguenze del caso, in un sistema-mondo che non e’ più quello della trasmissione della cultura, da elite a ( relativa ) massa, ma quello dominato dalla manipolazione , della persuasione occulta, della pseudo democrazia vigente.

Non predico restaurazioni , del resto sempre impossibili o, peggio, foriere di violenze utili solo a chi ne approfitta per giustificare e aumentare il proprio gia’ affermato potere. Descrivo una condizione mentre avviene, e’ gia’ visibile, operante e stringente ( una Necessita’ , una Ananke, un Destino o come più vi piaccia chiamarlo, dipende a quale tribu’ appartenete ) , ma che mi sembra assai poco intesa, o addirittura ignorata anche da quella stessa elite che ne’ e’ veicolo e fabbrica.

Il Post

( … )

Il Post è una cosa così: per metà aggregatore (altro termine equivoco), per metà editore di blog. Ha una redazione che pubblica notizie, storie, informazioni raccogliendole in rete e nei media, e linkando e segnalando le fonti. E ha una famiglia di blog affidati ad autori di diverse qualità e competenze ma con cui il Post condivide un’ambizione di innovare la qualità delle cose italiane, nel suo piccolo (e loro l’hanno riconosciuta e ci hanno creduto). Per chi lo ha seguito finora (nove anni), il Post è Wittgenstein, ma di più. Più storie, più link, più idee, più blog.

Ambizioni, parecchie. Piedi per terra, altrettanti. Ci metteremo un po’, a fare tutte le cose che vorremmo fare (tutte tutte, a essere sinceri con noi stessi, non ci riusciremo mai). Ma ne vorremmo fare molte. Introdurre di più internet nel sistema dell’informazione italiana, migliorare la qualità e l’affidabilità delle news e del giornalismo, rivedere le gerarchie delle notizie a cui siamo abituati, raccontare cose interessanti e che cambiano il mondo (bel claim già preso da Wired). Essere riconoscibili e rappresentare i propri lettori. Farsi venire delle idee. E farsi leggere senza il doping del sensazionalismo, dell’allarmismo e delle fesserie da tabloid. No boxini morbosi.

Sbaglieremo assai, e non è che dirlo prima ci assolva. Ci saranno esperimenti e assestamenti. Partiamo già con molte cose – editoriali e tecniche – ancora in costruzione e molti progetti in agenda tutti da realizzare. E solo l’altroieri ha cominciato a piovere dal soffitto in redazione. Ma contiamo sulla bella stagione, e soprattutto ci è cara la parola complicità: abbiamo a cuore non solo i contenuti ma anche il contenitore, ci teniamo sia riconoscibile, presente, non un anonimo calderone di miliardi di pagine ognuna col suo potenziale lettore da conteggiare. Siamo diffidenti di molte formule commerciali discusse in questi mesi a proposito del futuro dell’informazione online e pensiamo che l’unico modello efficace sia quello che privilegia i contenuti gratuiti e finanziati dalla pubblicità: ma staremo attenti a non far mai prevalere la quantità sulla qualità.

Due cose, inevitabili. Quella volta a Villa Torlonia c’era Giovanni De Mauro: ci giravamo intorno da un po’, ma l’idea fu sua. Il nome, del Post invece, lo dobbiamo a Christian Rocca.

Il Post non fa “reporting” come dicono gli americani: aggreghiamo e raccontiamo informazioni prodotte da altri. In realtà, è quello che già fanno molto anche i media tradizionali (tra notizie di agenzia e riscritture di articoli altrui) che però sono anche produttori di eccellenti storie e news originali a cui dobbiamo metà del merito di quello che farà il Post. Noi facciamo invece prioritariamente la prima delle due cose: ma non ci sottrarremo al racconto di storie inedite e trascurate quando le troveremo, e su questo contiamo molto sulla collaborazione e l’aiuto di tutti (fatico a chiamarli lettori, termine riduttivo: stiamo cercando di fare una cosa tutti insieme, uomini e donne di buona volontà). La separazione tra online e offline, tra giornalismo di carta e in rete, tra redazioni e blog è una sciocchezza di chi vuole costruirla. La linea in terra che ci interessa è quella tra fare le cose bene e fare le cose male.

E qui torniamo alla complicità. Il Post non è nato a villa Torlonia, in effetti, e non è nato quel giorno lì, e non lo ha inventato questa redazione. Viene da lontano, da oltre un decennio di vita in rete, di discussioni, di partecipazione a un cambiamento del mondo di cui siamo stati oggetti e soggetti: nasce già con un archivio enorme di cose fatte e dette da tutti noi, e intendo tutti noi.

Poi ci sono molte persone da ringraziare per aver lavorato alla costruzione del Post o per averlo aiutato con generosità sui mille fronti di un progetto come questo: queste tre righe sono per loro.

Cerchiamo di fare una cosa piccola ma ambiziosa, e di vedere cosa diventa. Speriamo se ne facciano altre, anche più grandi, con simili intenzioni. E insomma, in questi due anni ho spiegato il Post decine e decine di volte, ed è il momento di smetterla. Tocca farlo.

Luca Sofri

Da quando mi sono accorto del fastidio che serpeggia in Rete nei confronti del Comic Sans ne osservo, senza pedanterie ma con curiosità, le riprese. Oggi, questo articolo ben documentato de ilPost ne ripercorre storia e cronaca. Avverto - qui come in pochi altri casi - l’evidenza della Sindrome che a me pare sia una delle affezioni più diffuse fra la gente brillante, scafata e intelligente che influenza spesso le opinioni della massa: quella detta ” della superiorità degli inferiori “ , detta anche ” della inferiorità dei superiori “. Annoto, solo per memoria a me stesso, che anche nei cosiddetti Grammar Nazies è presente lo stesso veleno.

E qui mi taccio. Ho un appuntamento con Onetti, prima di tutto. E poi non so bene come cavarmela, e spiegare bene questa idea.

Mi sa che ci proverò.

Ha troppo a che fare con la mia ExtraModernità

Noi e la cronaca nera | rassegna | Il Post

Provo la stessa e contradditoria emozione. E penso che , davanti agli sviluppi panici del delitto Scazzi ci vorrebbe un Eschilo, un Euripide o un Sofocle . Leggero’ – come sempre Veronesi – e mi guardero’ bene dal guardare certa tivu’ che continuera’, perpetrandolo, l’orrore senza tragedia, senza capro espiatorio che E’ il suo locus. Ma no: forse un moderno e vero Tragico la sua opera l’ambienterebbe in uno studio televisivo…

Lettera a Filippo Facci

Lettera A Filippo Facci ( nota: il post cui questa Lettera si riferisce e’ questo: http://www.ilpost.it/filippofacci/2010/10/08/belpietro-porro-eccetera/ )

Caro Facci, la deriva cui e’ giunta - ma non smettera’, temo, di scivolare ulteriormente, come una sfera di piombo ( di bit e di onde ) su un piano ( gia’ ) inclinato cui il peso crescente e in accumulazione oggettiva conferisce accellerazione, e violenza crescente, esito e conflagrazione finale - tale attuale deriva non potrebbe oggi venir meglio espressa dalla lettura comparata del suo pezzo su ilPost, commenti inclusi e evidenziati, e l’editoriale di Ostellino, ” Fine della Politica, sul Corriere.

Lo stato delle cose, antropologico e culturale, nel nostro paese e’ sconfortante. E se , come scrive PO, una ripresa di senso e misura, di responsabilità e competenza, di civiltà e comprensione e’ impossibile fra i politici e intellighentia cui e’ necessaria quanto dovuta, figuriamoci fra i troppi che ” si gonfiano di idee altrui ” e disseminano - irresponsabili ma poco meno colpevoli, e altrettanto dannosi - di confusione mascherata da saccenza, commenti ( e voti ! ) che appunto accumulano peso a quello già gravoso rappresentato dalla storia sociale e politica del Paese.

Della Questione Porro/Apisella potrei solo dire , dunque, che e’ un’orma sulla pista tracciata, e che - per motivi individuali: fisiognomici, di linguaggio e comportamento, oltre che basandomi sulla mia visione delle Precedenti Puntate dei Due Giornalisti ” previously on the right wing ” - Belpietro mi da meno, molto meno affidamento di Porro, e che di Woodcock ( se non c’e’ ancora, un nome cosi’ sarebbe adatto a un telefilm, ma serie Shaft’ o twilight zone ) , come il direttore Sofri, non mi fido affatto, salvo prove ( omen ) contrarie.

Ma queste sarebbero solo impressioni, e non opinioni. E per quanto abbia imparato a fidarmi di loro ( con errori di percorso, dai quali ho imparato, e sulla lunga distanza con le impressioni ci prendo più che con le opinioni su fatti di cui non sono esperto ) , beh : un giudizio no, non lo so dare. Resta il fatto che il suo Post mi ha dato elementi apprezzabili per farmi ragionare, e dunque valutare meglio questa faccenda, che come ho scritto gia’, e’ un epifenomeno di un gia’ compromesso stato di cose.

Resto curioso dell’opinione ” che per ora tiene per se’ ” sul mancato/sventato/deviato attentato a Belpietro ( qui siamo nei pressi di James Tont, o di Austin Powers, ne converra’ ) .

La lascio con un rimprovero condizionato e una domanda: la sua reazione verbals-muscolare e’ stata odiosa e inopportuna, non si risponde cosi’ a una provocazione, lei dovrebbe averlo imparato. La domanda e’ per una sua, una vostra ( giornalisti, direttori, cronisti, operatori exitoriali… ) riflessione pubblica sulle vostre responsabilita’ e irresponsabilita’, sul come cercare di superarle, o di evitarle. Dopo tutto, dopo la fine ci sara’ molto da fare, e lavorare gia’ adesso per quell’allora potrebbe almeno aiutare a non disperare. O almeno a far passare meglio il tempo che - come si sa - tiene le sue nuttate…

Cordiali saluti,

Valerio Fiandra.

La vera fine dei libri | Cultura | Il Post

Molto bene: e’ quasi tutto giusto. E - non ‘ma’, ‘e’ - va dunque riconsiderato ( se siano le stelle o noi ad aver un’altra posizione o un altro punto di vista conta poco, bisogna pero’ ri-con-siderare ) l’effetto che questa nuova pratica ha e avrà . Se ci si concentra meno e più velocemente, cosa resta ? Se la molteplicità delle fonti, la loro fluidità quasi inafferrabile, la complicata, quasi inafferrabile loro prensione - se questi ed altri effetti primari e collaterali del web e della scrittura/lettura possono ( e potranno ) dar conto del presente e della ( apparente ? ) democratizzazione , cosa resta di fattori che sono stati a lungo - molto a lungo - determinanti per l’evoluzione culturale? Dico la gerarchia , l’autorevolezza, il confronto, l’approfondimento… Se ne può far a meno senza costi alti ( eufemismo sarcastico ) per la società ? O il processo in corso, in accellerazione, e’ appunto quello che io chiamo “ExtraModernita’”, un luogo/spazio dove si e già fuori dal Moderno e dal PostModerno, ma dove si e’ anche oltre ? Segnali di regressione a comportamenti tribali e superstiziosi sono evidenti , in politica/sociologia/religione ( ecco perche’ , secondo me, ‘extramoderno’ non vuol dire ‘più moderno’ ma ‘meno moderno’ ( quasi direi ‘premoderno’ ). Nell’ ‘oltre’ io vedo si’ il superamento progressivo e sperimentale che e’ insito in ogni processo ( evolutivo per definizione ), ma mi pare che la diffusione reale delle possibilita’ ( economiche e culturali ) delle masse che sono soggette alla trasformazione in corso siano modeste, confuse, e - soprattuto, quandanche sono adeguate o ecceIonali - profondamente elitarie. Con le conseguenze del caso, in un sistema-mondo che non e’ più quello della trasmissione della cultura, da elite a ( relativa ) massa, ma quello dominato dalla manipolazione , della persuasione occulta, della pseudo democrazia vigente.

Non predico restaurazioni , del resto sempre impossibili o, peggio, foriere di violenze utili solo a chi ne approfitta per giustificare e aumentare il proprio gia’ affermato potere. Descrivo una condizione mentre avviene, e’ gia’ visibile, operante e stringente ( una Necessita’ , una Ananke, un Destino o come più vi piaccia chiamarlo, dipende a quale tribu’ appartenete ) , ma che mi sembra assai poco intesa, o addirittura ignorata anche da quella stessa elite che ne’ e’ veicolo e fabbrica.

In questi Post | Italia | Il Post

Nel Post Aquarello di Gipi, ” Paesaggio con Direttore e Artista ” .

In questi Post | Italia | Il Post

Nel Post Aquarello di Gipi, ” Paesaggio con Direttore e Artista ” .

Il Post

( … )

Il Post è una cosa così: per metà aggregatore (altro termine equivoco), per metà editore di blog. Ha una redazione che pubblica notizie, storie, informazioni raccogliendole in rete e nei media, e linkando e segnalando le fonti. E ha una famiglia di blog affidati ad autori di diverse qualità e competenze ma con cui il Post condivide un’ambizione di innovare la qualità delle cose italiane, nel suo piccolo (e loro l’hanno riconosciuta e ci hanno creduto). Per chi lo ha seguito finora (nove anni), il Post è Wittgenstein, ma di più. Più storie, più link, più idee, più blog.

Ambizioni, parecchie. Piedi per terra, altrettanti. Ci metteremo un po’, a fare tutte le cose che vorremmo fare (tutte tutte, a essere sinceri con noi stessi, non ci riusciremo mai). Ma ne vorremmo fare molte. Introdurre di più internet nel sistema dell’informazione italiana, migliorare la qualità e l’affidabilità delle news e del giornalismo, rivedere le gerarchie delle notizie a cui siamo abituati, raccontare cose interessanti e che cambiano il mondo (bel claim già preso da Wired). Essere riconoscibili e rappresentare i propri lettori. Farsi venire delle idee. E farsi leggere senza il doping del sensazionalismo, dell’allarmismo e delle fesserie da tabloid. No boxini morbosi.

Sbaglieremo assai, e non è che dirlo prima ci assolva. Ci saranno esperimenti e assestamenti. Partiamo già con molte cose – editoriali e tecniche – ancora in costruzione e molti progetti in agenda tutti da realizzare. E solo l’altroieri ha cominciato a piovere dal soffitto in redazione. Ma contiamo sulla bella stagione, e soprattutto ci è cara la parola complicità: abbiamo a cuore non solo i contenuti ma anche il contenitore, ci teniamo sia riconoscibile, presente, non un anonimo calderone di miliardi di pagine ognuna col suo potenziale lettore da conteggiare. Siamo diffidenti di molte formule commerciali discusse in questi mesi a proposito del futuro dell’informazione online e pensiamo che l’unico modello efficace sia quello che privilegia i contenuti gratuiti e finanziati dalla pubblicità: ma staremo attenti a non far mai prevalere la quantità sulla qualità.

Due cose, inevitabili. Quella volta a Villa Torlonia c’era Giovanni De Mauro: ci giravamo intorno da un po’, ma l’idea fu sua. Il nome, del Post invece, lo dobbiamo a Christian Rocca.

Il Post non fa “reporting” come dicono gli americani: aggreghiamo e raccontiamo informazioni prodotte da altri. In realtà, è quello che già fanno molto anche i media tradizionali (tra notizie di agenzia e riscritture di articoli altrui) che però sono anche produttori di eccellenti storie e news originali a cui dobbiamo metà del merito di quello che farà il Post. Noi facciamo invece prioritariamente la prima delle due cose: ma non ci sottrarremo al racconto di storie inedite e trascurate quando le troveremo, e su questo contiamo molto sulla collaborazione e l’aiuto di tutti (fatico a chiamarli lettori, termine riduttivo: stiamo cercando di fare una cosa tutti insieme, uomini e donne di buona volontà). La separazione tra online e offline, tra giornalismo di carta e in rete, tra redazioni e blog è una sciocchezza di chi vuole costruirla. La linea in terra che ci interessa è quella tra fare le cose bene e fare le cose male.

E qui torniamo alla complicità. Il Post non è nato a villa Torlonia, in effetti, e non è nato quel giorno lì, e non lo ha inventato questa redazione. Viene da lontano, da oltre un decennio di vita in rete, di discussioni, di partecipazione a un cambiamento del mondo di cui siamo stati oggetti e soggetti: nasce già con un archivio enorme di cose fatte e dette da tutti noi, e intendo tutti noi.

Poi ci sono molte persone da ringraziare per aver lavorato alla costruzione del Post o per averlo aiutato con generosità sui mille fronti di un progetto come questo: queste tre righe sono per loro.

Cerchiamo di fare una cosa piccola ma ambiziosa, e di vedere cosa diventa. Speriamo se ne facciano altre, anche più grandi, con simili intenzioni. E insomma, in questi due anni ho spiegato il Post decine e decine di volte, ed è il momento di smetterla. Tocca farlo.

Luca Sofri

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